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Istituto d'Istruzione Superiore Statale “Giudici Saetta e Livatino” La scuola dei cittadini attivi Sedi di Ravanusa e Campobello di Licata (AG) · Codice AGIS018009
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Presentazione

Chi siamo

L’Istituto d’Istruzione Superiore “Giudici Saetta e Livatino” è articolato in due sezioni che servono Ravanusa e Campobello di Licata. Nella sede centrale di Ravanusa sono attivi il Liceo Scientifico e il Liceo delle Scienze Umane; nel plesso “Rita Levi Montalcini” di Campobello di Licata l’indirizzo tecnico economico Amministrazione, Finanza e Marketing (con articolazione Sistemi Informativi Aziendali - SIA nel secondo triennio), il Liceo Artistico e il Liceo Scientifico Sportivo. Il curricolo del Liceo Scientifico è arricchito dal potenziamento di Biologia con Curvatura Biomedica.

Nella sede di Campobello di Licata è attivo anche il percorso serale di Amministrazione, Finanza e Marketing, rivolto ad adulti e lavoratori che vogliono conseguire il diploma: sono funzionanti le classi 1ª, 3ª e 5ª AFM, con riconoscimento dei crediti formativi già maturati.

Dirigente Scolastico dell’Istituto è il Prof. Michele Di Pasquali.

Il territorio

L’IIS “Giudici Saetta e Livatino” opera nel territorio di Ravanusa e Campobello di Licata, nell’entroterra siciliano tra Agrigento e Caltanissetta. Da oltre quarant’anni, è punto di riferimento per i giovani e le famiglie del territorio. Oggi è una scuola votata alla cittadinanza attiva, all’inclusione, alla mobilità transnazionale. Per questo motivo, le scelte adottate sono volte a favorire l’inclusione e l’apprendimento di tutti gli studenti, calibrandole sulle loro caratteristiche individuali. Lavori di gruppo, attività outdoor e progetti coinvolgenti consentono di formare cittadini del domani preparati ai repentini cambiamenti della società e del mondo del lavoro.

Il territorio è a vocazione prevalentemente agricola, terziaria e dei servizi alla persona. L’evoluzione di questi settori del territorio è un fattore di rilievo per le scelte del curricolo. Nel territorio sono presenti anche attività secondarie di limitata incidenza economica per l’occupazione: lavorazione del marmo e di prodotti agricoli (cantine, caseifici, orticoltura), seppur non offra le medesime opportunità delle grandi città, conserva e mantiene vivo un forte senso di appartenenza e costituisce il valore aggiunto della scuola, che ha saputo costruire un efficace dialogo sia con le famiglie che con gli stakeholders. Il territorio, inoltre, fa parte del circuito della Valle dei Templi, connotato da una forte vocazione storico-artistica che ha portato all’avvio del nuovo indirizzo Liceo artistico, indirizzo Grafico, dall’anno scolastico 2022/23.

L’Istituto ha intessuto proficue relazioni di collaborazione con gli Enti Locali ovvero i Comuni di Ravanusa e di Campobello di Licata e diverse Associazioni culturali presenti nel territorio, costituendo un punto di riferimento per manifestazioni culturali e organizzazione di eventi che contribuiscono alla crescita del territorio. In collaborazione con i Comuni viciniori, gli studenti raggiungono la sede scolastica in autobus e con rimborso dell’abbonamento. Per gli studenti in particolari situazioni di svantaggio i comuni e la provincia mettono a disposizione assistenti alla comunicazione ed educatori. Numerose agenzie esterne del territorio intrattengono costanti rapporti con la scuola per realizzare e mantenere un proficuo dialogo tra scuola e lavoro.

La nostra missione

L’IIS “Giudici Saetta e Livatino” offre all’utenza cinque indirizzi di studio: Liceo Scientifico, Liceo delle Scienze Umane con sede a Ravanusa e ITC indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing e Sistemi Informativi Aziendali, Liceo Artistico e Liceo Scientifico ad indirizzo Sportivo con sede a Campobello di Licata. Dall’ anno scolastico 2018/2019 ha preso avvio, nella sede di Campobello di Licata, il Corso serale dell’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing, aperto agli adulti, studenti lavoratori e stranieri. Dall’ anno scolastico 2021/22, gli studenti dell’AFM diurno, dopo il primo biennio, possono optare per l’articolazione SIA, Sistemi Informativi Aziendali.

Il tempo scuola è articolato su cinque giorni, seguendo il trend europeo della cosiddetta “settimana corta”.

L’IIS “Giudici Saetta e Livatino” si propone di fornire una solida e spendibile preparazione scolastica, consentendo l’accesso universitario e formando i futuri leader economici e politici del territorio.

La scuola, inoltre, si presenta quale luogo privilegiato per elaborare e diffondere la cultura dei valori civili, della dignità della persona, della libertà individuale, della solidarietà e della tolleranza.

Approfondimenti

Ripercorriamo le figure a cui l’Istituto e i suoi plessi sono intitolati e presentiamo le sedi in cui si articola l’attività didattica.

I Giudici Saetta e Livatino

L’Istituto è intitolato a due magistrati siciliani che pagarono con la vita la loro fedeltà alla giustizia: Antonino Saetta e Rosario Livatino, entrambi legati al territorio di Canicattì e all’Agrigentino.

Antonino Saetta, probo magistrato canicattinese

Il giudice Antonino Saetta
Antonino Saetta (1922–1988)

Chi va a visitare il cimitero di Canicattì, entrando dall’ingresso centrale di Via Nazionale, trova sotto la religiosa pace dei cipressi, a sinistra del viale che sale diritto verso le cappelle gentilizie d’inizio secolo, un’austera tomba di pietra flavente. Vi riposano il giudice Antonino Saetta e il figlio, uniti nella stessa sepoltura, sormontata da una doppia stele in cui si librano, cadendo dal libero cielo feriti a morte, un’aquila e un aquilotto. Padre e figlio, stretti insieme in un abbraccio eterno. Insieme furono uccisi dalla mafia la sera del 25 settembre 1988. «Insieme — si legge nell’epigrafe — riposano perennemente vivi nella memoria della gente onesta». E al visitatore che vi giunge la lapide ricorda che Antonino Saetta, magistrato di Cassazione, «pagò con la vita l’aver compiuto con fermezza e coraggio il suo dovere di giudice».

A questo dovere aveva egli votato tutto sé stesso, consapevole della sacralità della sua missione di difensore della giustizia, contro ogni iniquità, contro ogni violenza e sopraffazione. Egli si prodigò sempre con rettitudine assoluta per l’affermazione del diritto e il trionfo della ragione. Nel corso della sua vita mai ombra alcuna offuscò la limpidezza del suo operato. Egli impegnò nel suo delicato lavoro tutte le forze del suo animo e della sua mente, senza badare a sé stesso e ai rischi cui andava incontro. Compì sempre il suo dovere senza ostentazione, con serietà e dignità, nel sacro rispetto della legge. Per la sua riservatezza, la sua saggezza e la sua umanità era molto stimato ed apprezzato dai colleghi magistrati e da quanti gli stavano vicino.

Quando fu ucciso, non aveva ancora compiuto i sessantasei anni: al suo compleanno mancava un mese. Era nato a Canicattì il 25 ottobre 1922. Da quarant’anni si trovava in magistratura, carriera che aveva intrapreso giovanissimo, nei primi anni del dopoguerra, dopo aver portato a termine, pur tra i gravi disagi del conflitto mondiale, gli studi classici, conseguendo, con il massimo dei voti e la lode, la laurea in giurisprudenza. Con la sua spiccata intelligenza, la sua solida preparazione e le sue doti professionali e umane si era fatto celermente strada in magistratura, fino a rivestire la carica di consigliere di Corte d’Appello nella città di Genova.

Alla famiglia era molto legato. Si era sposato con la concittadina dottoressa Luigia Pantano, laureata in farmacia. Aveva tre figli: Stefano, Gabriella e Roberto. Stare con la famiglia era il suo più ardente desiderio; avvicinarsi quanto prima, nella sede di servizio, alla sua casa di Canicattì la sua costante aspirazione. Della città natale, come si legge sul Giornale di Sicilia del 27 settembre 1988, «mai si era rassegnato a perdere le radici, nonostante le sue peregrinazioni». I momenti di maggiore serenità erano quelli che trascorreva a Canicattì, in famiglia, accanto ai suoi cari.

Nel 1978 aveva ottenuto il trasferimento a Palermo e alcuni anni dopo, nel 1984, a Caltanissetta in qualità di presidente di Corte d’Assise. Poi dal Consiglio Superiore della Magistratura era stato mandato di nuovo a Palermo, con la promozione di Presidente della Prima Sezione della Corte d’Appello. E proprio sulla strada per Palermo, tra Canicattì e Caltanissetta, una fredda sera di una domenica autunnale, fu fermato per sempre dalla mafia, mentre ritornava con il figlio nella sua nuova sede di lavoro, dopo avere trascorso una serena giornata in famiglia.

Ai funerali svoltisi nella Chiesa Madre di Canicattì e officiati da mons. Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania ed emerito vescovo di Agrigento, erano presenti il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, i ministri Giuliano Vassalli e Sergio Mattarella, il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Salvatore Lauricella, il sindaco Giuseppe Aronica e i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Tutta Canicattì partecipò commossa alle solenni esequie.

prof. Diego Lodato

Rosario Livatino, giovane-grande giudice canicattinese

Il giudice Rosario Livatino
Rosario Livatino (1952–1990)

La mafia che la mattina del 21 settembre 1990 tese sulla superstrada Canicattì-Agrigento il mortale agguato a Rosario Livatino, giovane magistrato appena trentottenne, stroncò una lucida intelligenza e fermò per sempre un generoso cuore, che si era costantemente prodigato per «dare alla legge un’anima». Questo doveva essere, infatti, secondo Livatino, il primario compito del giudice: dare un volto umano all’astratto comando della legge, come ebbe solennemente ad affermare in una sua dotta conferenza, tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986, conferenza in cui pose a suggello questa emblematica affermazione: «Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

Fu questo il principio che lo guidò costantemente nelle sue funzioni di magistrato, convinto com’era che la legge andava applicata con il contributo e la partecipazione delle doti della mente e del cuore. Tali doti rifulsero in lui fin dai primi anni dell’infanzia, che egli trascorse nella casa di Viale Regina Margherita, dove si erano stabiliti i suoi genitori poco tempo dopo la sua nascita. A Canicattì egli era venuto alla luce il 3 ottobre 1952 e fin da piccolo aveva cominciato a dar prova di intelligenza, di saggezza e di bontà. Alunno di scuola elementare, aveva dimostrato, pur con la sua tenera età, una saggezza e una prontezza d’ingegno tali, da indurre il suo anziano maestro a definirlo, più che eccellente, eccezionale. Agli esami di licenza media, superati brillantemente nell’anno scolastico 1965-66, ebbe il giudizio più alto che si possa attribuire agli alunni. Ottime furono ritenute le sue capacità; ottima la sua preparazione e anche la sua formazione umanistica; sicché il consiglio che gli si diede, per l’orientamento sulla prosecuzione degli studi, fu quello dell’iscrizione al Liceo classico. E in tale scuola, nei cinque anni di corso, con il suo carattere riservato, frutto di finezza di educazione e delicato senso di discrezione, si mostrò sempre con tutti cordiale e generoso.

Non c’era disciplina al cui studio egli non si applicasse con totale dedizione. Pur avendo particolare propensione per gli studi classici, eccelleva in tutte le materie, riportando sempre il massimo dei voti. La laurea in giurisprudenza, conseguita con centodieci e lode, coronò degnamente il suo curriculum scolastico, ma non gli fece abbandonare l’applicazione allo studio, anzi lo predispose maggiormente ad ampliare ed arricchire il suo pur vasto patrimonio culturale.

Vincitore di concorso, assolse i suoi primi impegni di lavoro presso l’Ufficio del Registro di Agrigento, meritandosi, per la sua instancabilità, affabilità e modestia, la stima e l’affetto di tutti. Otto mesi soltanto bastarono a Rosario Livatino per lasciare nei suoi colleghi e nei superiori un ricordo indelebile. Poi passò in magistratura: ed alla giustizia consacrò integralmente sé stesso, per difendere la dignità dell’uomo, tutelare la civiltà giuridica e impedire che avesse il sopravvento la barbarie.

Il lavoro e la famiglia furono i due poli di maggiore impegno della sua vita. Quando terminava il suo lavoro al Palazzo di Giustizia, continuava a casa l’esame e l’approfondimento delle carte e dei fascicoli giudiziari. E spesso fino a tarda notte, seduto alla scrivania del suo austero studio, sulla quale teneva sempre una copia del Vangelo, restava chino sugli atti processuali, rimettendoci il riposo e il sonno. Era invero un magistrato a tempo pieno. E quando i momenti di sconforto lo angosciavano, come si rileva dal suo diario personale, grande sollievo gli dava lo stare vicino ai suoi diletti genitori, dott. Vincenzo e Rosalia Corbo, verso i quali nutriva un affetto infinito. Bastava talvolta una breve gita in auto con loro per fargli esclamare nel suo diario: «Bella giornata trascorsa con i genitori!».

Ma ci sono anche nel suo diario annotazioni che rivelano la sua sofferenza di uomo consapevole dei gravi rischi cui ogni giorno andava incontro nell’assiduo compimento del proprio dovere. Questo suo umano soffrire ce lo fa sentire molto vicino, affratellato a noi dalla comune tristezza della condizione umana, come ce lo fa sentire vicino anche la semplicità cui egli ispirava quotidianamente la sua condotta di vita, che lo portava ad evitare ogni ostentazione della propria autorità. Se doveva talvolta recarsi in qualche ufficio per accudire a qualche pratica burocratica, rispettava pazientemente il turno come i comuni cittadini, evitando di farsi riconoscere, poiché non voleva far valere nessun privilegio a suo vantaggio.

Del giudice Rosario Livatino è stato detto, come si legge in una stele dedicatagli dai Lions di Siracusa, che «la sua vita esemplare assurge a simbolo di dirittura morale ed è, per tutti, richiamo e stimolo a quella tensione ideale, senza la quale non può che vincere la barbarie».

prof. Diego Lodato

L’economista Gino Zappa

L'economista Gino Zappa
Gino Zappa (1879–1960)

Gino Zappa (1879–1960), illustre economista d’azienda. Diplomatosi ragioniere, proseguì gli studi economici indirizzandosi verso la ricerca scientifica e l’insegnamento.

Allievo di Fabio Besta, impresse agli studi di ragioneria un indirizzo nuovo, mettendo in evidenza la necessaria unità delle indagini economiche sull’azienda, considerata nel suo dinamismo. Diede origine alla disciplina dell’economia d’azienda, che studia, coordinandole, l’organizzazione, la gestione e la rilevazione aziendale.

Sua opera fondamentale è «Il reddito d’impresa», dove imposta il sistema contabile noto come «Sistema del Reddito». Con la prolusione all’anno accademico «Tendenze nuove negli studi di ragioneria» (Ca’ Foscari, 1926), getta le basi dell’Economia Aziendale.

È stato uno dei più grandi studiosi ed innovatori della teoria dell’impresa in Italia, di scienze aziendali e ragionieristiche. Da lui hanno tratto ispirazione i fondatori di «scuole» successive che rappresentano l’evoluzione e la continuazione del suo insegnamento.

prof.ssa Maria Adriana Bordonaro

Rita Levi-Montalcini

La scienziata Rita Levi-Montalcini, premio Nobel per la medicina
Rita Levi-Montalcini (1909–2012)

Rita Levi-Montalcini è stata una delle più importanti scienziate italiane del Novecento e una figura di riferimento nel campo della neurologia. Nata a Torino il 22 aprile 1909, in una famiglia ebrea sefardita, fin da giovane dimostrò una forte determinazione e un profondo interesse per lo studio. Nonostante il padre fosse contrario all’idea che una donna intraprendesse una carriera professionale, Rita scelse di seguire la propria vocazione e, nel 1930, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino. Si laureò nel 1936 con il massimo dei voti e successivamente si specializzò in neurologia e psichiatria.

Durante gli anni universitari ebbe come maestro il professor Giuseppe Levi, un importante studioso di istologia, e conobbe due giovani ricercatori che sarebbero diventati, come lei, premi Nobel: Salvador Luria e Renato Dulbecco. In questo ambiente maturò il suo interesse per il sistema nervoso e per i meccanismi che regolano lo sviluppo delle cellule nervose. La sua formazione fu segnata da un metodo di ricerca rigoroso, fondato sull’osservazione, sulla sperimentazione e sulla capacità di porsi domande anche di fronte a fenomeni apparentemente inspiegabili.

La sua carriera, tuttavia, fu profondamente ostacolata dalle leggi razziali fasciste del 1938. In quanto ebrea, Rita Levi-Montalcini fu costretta ad abbandonare l’attività accademica e, nel 1939, si trasferì in Belgio, dove continuò i suoi studi. Con l’inizio della guerra e l’invasione tedesca, tornò in Italia e allestì un piccolo laboratorio nella propria camera da letto. In condizioni estremamente difficili, insieme a Giuseppe Levi, proseguì gli esperimenti sullo sviluppo del sistema nervoso, utilizzando embrioni di pulcino.

I bombardamenti e l’occupazione nazista la costrinsero successivamente a spostarsi. Dopo essersi rifugiata nelle campagne piemontesi, nel 1943 raggiunse Firenze con la famiglia. Qui visse nascosta fino alla liberazione della città. Durante gli ultimi mesi della guerra lavorò come medico presso il quartier generale anglo-americano, occupandosi dei rifugiati e delle epidemie. Fu un’esperienza molto dura, che le fece comprendere quanto fosse difficile assistere quotidianamente alla sofferenza dei malati.

Terminata la guerra, Rita Levi-Montalcini tornò a Torino, ma la sua attività scientifica era destinata a svilupparsi soprattutto negli Stati Uniti. Nel 1946, il biologo Viktor Hamburger la invitò a lavorare presso la Washington University di Saint Louis, dove avrebbe dovuto fermarsi soltanto per pochi mesi. Quella che sembrava una breve esperienza si trasformò, invece, in una permanenza di circa trent’anni.

Negli Stati Uniti la scienziata condusse le ricerche più importanti della sua carriera. Studiando lo sviluppo del sistema nervoso negli embrioni di pollo, osservò che alcuni tessuti erano in grado di stimolare la crescita delle fibre nervose. In collaborazione con il biochimico Stanley Cohen, riuscì a individuare una sostanza fondamentale per questo processo: il fattore di crescita nervoso, conosciuto con la sigla NGF, dall’inglese Nerve Growth Factor.

Per queste ricerche, nel 1986, Rita Levi-Montalcini ricevette il Premio Nobel per la medicina insieme a Stanley Cohen. Il riconoscimento consacrò una carriera scientifica costruita con pazienza, rigore e perseveranza. L’anno successivo ricevette anche la National Medal of Science, la più alta onorificenza scientifica degli Stati Uniti.

Nonostante il lungo periodo trascorso all’estero, Rita Levi-Montalcini mantenne sempre un forte legame con l’Italia. Dal 1961 al 1969 diresse il Centro di Ricerche di Neurobiologia presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma e, dal 1969 al 1979, fu direttrice del Laboratorio di Biologia Cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Continuò così a contribuire alla crescita della ricerca scientifica italiana e alla formazione di nuove generazioni di studiosi.

La sua figura non si limitò al mondo della scienza. Rita Levi-Montalcini fu anche una convinta sostenitrice dell’importanza dell’istruzione, della ricerca e dell’emancipazione femminile. Nel 2001 fu nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in riconoscimento dei suoi altissimi meriti scientifici e sociali. In Parlamento si occupò soprattutto di temi legati alla scuola, alla ricerca, alla sanità e ai diritti umani.

Nel corso della sua vita ricevette numerosi premi, lauree honoris causa e riconoscimenti internazionali. Fu la prima donna ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze e divenne socia nazionale dell’Accademia dei Lincei. Il suo impegno si rivolse anche ai giovani: attraverso incontri, conferenze e iniziative educative, cercò di trasmettere l’idea che la conoscenza fosse uno strumento fondamentale per migliorare la società.

Rita Levi-Montalcini morì a Roma il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni. La sua vita rimane un esempio straordinario di come la determinazione possa aiutare a superare ostacoli personali, discriminazioni e difficoltà storiche. La sua storia insegna che la scienza non è soltanto un insieme di scoperte, ma anche un esercizio di curiosità, responsabilità e fiducia nel futuro.

L’intitolazione del plesso scolastico a Rita Levi-Montalcini assume un significato particolarmente importante in un luogo dedicato alla formazione e alla crescita dei giovani. Scegliere il nome di una scienziata che ha dedicato la propria vita allo studio, alla ricerca e alla diffusione della conoscenza significa riconoscere il valore dell’istruzione come strumento di libertà, di emancipazione e di progresso.

Rita Levi-Montalcini rappresenta, infatti, un modello di impegno e di determinazione. La sua storia dimostra che la cultura e la curiosità scientifica possono aiutare a superare difficoltà, discriminazioni e ostacoli, aprendo nuove possibilità per il futuro. Il suo esempio invita gli studenti a non arrendersi di fronte alle difficoltà, a coltivare i propri talenti e a comprendere che ogni percorso di apprendimento può contribuire alla costruzione di una società migliore.

Il nome di Rita Levi-Montalcini, dunque, non è soltanto un omaggio a una grande personalità della scienza italiana, ma anche un richiamo quotidiano ai valori che la scuola è chiamata a promuovere: il sapere, il rispetto, la responsabilità, la ricerca e la fiducia nelle capacità di ogni persona. In questo senso, l’intitolazione del plesso diventa un messaggio rivolto alle nuove generazioni, affinché possano guardare allo studio non soltanto come a un dovere, ma come a un’opportunità per conoscere il mondo e trasformarlo.

prof. Enrico Maria Caruso